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Piano Nazionale Ripresa e Resilienza: gli interventi sulla scuola secondaria di II grado

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Il Piano Nazionale Ripresa e Resilienza (PNRR) elaborato dal governo Draghi prevede l’articolazione degli interventi definendo sei missioni, tra cui una specifica Missione 4: Istruzione e Ricerca con un azioni relative, tra l’altro, anche alla scuola secondaria di II grado.

Il Piano, parte da un’analisi delle condizioni generali del nostro sistema di istruzione, formazione e ricerca e si sofferma, con specifici approfondimenti su “Gap nelle competenze di base, alto tasso di abbandono scolastico e divari territoriali” e su “Skills mismatch” tra istruzione e domanda di lavoro”. Si tratta di approfondimenti che anche nella successiva sezione “Obiettivi della componente” interessano il segmento del secondo grado della scuola secondaria, declinando in particolare:

  • Riforma degli istituti tecnici e professionali
  • Riforma dell’organizzazione del sistema scolastico
  • Riforma del sistema di Orientamento
  • Potenziamento infrastrutture per lo sport a scuola
  • Intervento straordinario finalizzato alla riduzione dei divari territoriali nei cicli I e II della scuola secondaria di secondo grado
  • Orientamento attivo nella transizione scuola-università
  • Didattica digitale integrata e formazione sulla transizione digitale del personale scolastico.

Tra i provvedimenti positivi rileviamo l’intenzione di incrementare l’offerta di attività sportive a partire dalla predisposizione di strutture adeguatamente attrezzate, ecocompatibili e con caratteristiche di efficientamento energetico, soprattutto nell’ottica di ridurre i divari territoriali per dare uguali opportunità formative su tutto il territorio nazionale, anche attraverso politiche legate al contrasto della dispersione scolastica principalmente nelle aree più svantaggiate del Paese. Gli interventi in edilizia sono finalizzati anche alla costruzione di nuovi e moderni ambienti scolastici e per il cablaggio degli edifici.

Nella parte riservata agli interventi finalizzati a ridurre i divari territoriali, si rilevano misure pericolosamente invasive e sostanzialmente incomprensibili, come il consolidamento in questo quadro dei test PISA/INVALSI. Si tratterebbe di utilizzare tali rilevazioni per “personalizzare i percorsi per quelle scuole che hanno riportato livelli prestazionali critici”, quasi a individuare le cause del divario territoriale nelle specifiche scuole, nei dirigenti scolastici e/o nei docenti e non piuttosto nelle complessive condizioni di contesto. Sono previste addirittura “azioni di supporto mirate per i relativi dirigenti scolastici, a cura di tutor esterni e docenti di supporto (per italiano, matematica e inglese) per almeno un biennio”, oltre a attività di mentoring e formazione (anche da remoto) per almeno il 50% dei docenti. Per completare la logica di questo intervento, orientata ad azioni quasi “ad personam”, verranno considerati due gruppi target: uno composto da 120.000 studenti di età 12-18 anni, per ciascuno dei quali saranno previste sessioni di online mentoring individuale (3h) e di recupero formativo (per 17h ca.) e l’altro composto da 350.000 giovani tra i 18-24 anni, per ciascuno dei quali saranno previste circa 10h di mentoring, o interventi consulenziali per favorire il rientro nel circuito formativo.

Prevista anche una nuova riforma degli istituti tecnici e professionali con l’espressa finalità di allineare i curricula di questi istituti alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese, in particolar modo, verso l’innovazione introdotta da Industria 4.0, incardinandola nel contesto dell’innovazione digitale.

Nella parte relativa alla riforma dell’organizzazione del sistema scolastico è fatto espresso richiamo a due azioni estremamente positive come la riduzione del numero degli alunni per classe e il dimensionamento della rete scolastica, ma si propone anche il superamento dell’identità tra classe demografica e aula, scelta di natura pedagogico didattica che, invece, va riservata all’autonomia delle istituzioni scolastiche, come previsto dal DPR 275/99.

Si prevede un intervento normativo finalizzato alla riforma del sistema di Orientamento con l’introduzione di moduli di orientamento formativo rivolti alle classi quarte e quinte della scuola secondaria di II grado, di circa 30 ore annue. In questa sezione, appare, incoerente e addirittura in contraddizione con una efficace e meditata attività di orientamento, l’ampliamento della sperimentazione dei licei e tecnici quadriennali, che intende portare da 100 a 1000 le classi attualmente coinvolte sul territorio nazionale. L’Orientamento attivo nella transizione scuola-università consiste in un programma rivolto agli studenti a partire dal terzo anno della scuola superiore e prevede la formazione di 1 milione di studenti, attraverso 50.000 corsi brevi e la stipula di 6.000 accordi scuola-università. Una sezione specifica è dedicata alla didattica digitale integrata e alla formazione sulla transizione del personale scolastico che promuove lo sviluppo delle competenze digitali del personale scolastico per favorire un approccio accessibile, inclusivo e intelligente all’educazione digitale. Saranno coinvolte circa 650.000 persone tra docenti e personale scolastico e oltre 8.000 istituzioni educative.

Il nostro commento

Secondo la FLC CGIL, gli interventi che meritano una valutazione positiva rischiano di non incidere in maniera decisiva per la scelta di impegnare risorse in campi che non sono prioritari. Infatti, attraverso l’ampliamento del tempo scuola mirato si potrebbe assolvere al compito di perseguire gli obiettivi previsti dal piano, ovvero ridurre i divari territoriali, la povertà educativa e la dispersione scolastica. In particolare, per la scuola secondaria di secondo grado, sarebbe necessario il ripristino del tempo scuola tagliato dalla riforma Gelmini e dell’orario dei laboratori, la stabilizzazione del personale e la riduzione degli alunni per classe.

Riteniamo che l’orientamento non si risolva con ore specifiche che le scuole peraltro fanno già – la scelta dell’alunno raramente è determinata da singoli corsi che pure vanno fatti – ma, rispetto al tema, risulta incomprensibile la scelta di ampliare da 100 a 1000 scuole la sperimentazione dei quadriennali: si tratta di una scelta assolutamente sbagliata dal momento che ciò riduce la formazione quando il Paese dovrebbe semmai innalzare l’obbligo a 18 anni. Consideriamo irragionevole procedere ad una nuova riforma degli istituti tecnici e professionali a distanza di soli tre anni dall’entrata in vigore del Decreto legislativo n. 61/2017 per gli istituti professionali, con l’espressa volontà di allineare i curricula di questi istituti alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo. Si manifesta la dichiarata subalternità culturale della scuola all’impresa, mentre sarebbe indispensabile il rilancio (anche rispetto alle iscrizioni in costante calo) delle figure tecniche e professionali, disegnandone un profilo ampio, approfondito, capace di immediato adattamento a diversi contesti lavorativi, di produrre contributi creativi, non come mero esecutore di pratiche e procedure provenienti dalle imprese, sempre più rapidamente obsolete.

Totalmente disfunzionali risultano invece alcune scelte, probabilmente frutto di orientamenti ideologici, di procedere ad interventi mirati, quasi interventi individuali, a partire dalle valutazioni PISA/INVALSI. Valutiamo l’opportunità di realizzare i test se scientificamente distribuiti su un campione rappresentativo e, in ogni caso, riteniamo che non siano necessari per sapere che occorre intervenire nelle situazioni strutturalmente più deboli, che lamentano difficoltà di contesto, non soltanto riferibili alle condizioni scolastiche, ma a condizioni economiche, sociali e culturali, in particolare al sud e nelle zone interne. Consideriamo inefficaci i mentori e gli esperti esterni a fronte di un ampliamento del tempo scuola provvisorio, temporaneo e con tutor per Dirigenti e docenti che agirebbero in sovrapposizione, come elementi estranei, rispetto alle comunità educanti destinatarie. Riteniamo, invece, che attraverso l’implementazione e la stabilità del personale, la riduzione numero alunni per classe (massimo 20 unità, 18 con la presenza di alunni con disabilità), il dimensionamento delle scuole (da 600 a non più di 900 alunni per le scuole ordinarie e numeri ridotti per le scuole di montagna o di piccole isole), attraverso percorsi formativi diffusi, orientati alla valorizzazione delle competenze professionali acquisite e condivise, siano proprio i docenti, i dirigenti scolastici e tutto il personale della scuola a possedere le risorse per il miglioramento del sistema di istruzione, omogeneo in tutto il paese, ma capace di adattarsi e dare risposte adeguate ai più diversi contesti. Rispetto allo sviluppo delle competenze digitali del personale docente, è necessario aggiungere che risulta prioritario incentivare la dimensione pedagogico didattica di tali attività di formazione, rispetto alla semplice competenza strumentale, perché la complessità dei saperi si articola in modi sempre diversi e la relazione educativa risulta lo strumento essenziale per superare anche difficoltà non previste e per offrire possibilità di crescita a tutti gli studenti. Su questa professionalità si costruisce la prossima generazione d’Europa.

 


 

Fonte: FLCGIL - SCUOLA | pubblicato in data