Categorie
News News RSS Tutto Scuola

Fondi PNRR/1. Bianchi: 17 miliardi, ma niente per la carriera

Cerca nel sito

In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera (29 giugno), centrato sulla formazione dei docenti, il ministro dell’istruzione Patrizio Bianchi difende il decreto-legge 36, convertito in legge con approvazione definitiva della Camera dei deputati il 29 giugno, e fa una rassegna minuziosa del provvedimento, difendendolo in tutti i suoi aspetti: “Formazione iniziale, formazione lungo tutta la vita professionale del docente e formazione per quelle attività e funzioni che sempre più caratterizzano l’autonomia delle nostre scuole”.

L’impegno anche finanziario è imponente: “Più di 17 miliardi, in infrastrutture e azioni contro la dispersione scolastica e la povertà educativa, a sostegno del tempo pieno e dello studio delle materie Stem”, oltre che per “la trasformazione delle scuole tecniche e professionali, degli ITS, dell’orientamento, del dimensionamento e dell’organizzazione delle scuole sul territorio”.

Sulla formazione in servizio ricorda che “resta obbligatoria come già previsto dal 2015” (anche se nei sette anni trascorsi è mancata, come noto, la definizione delle regole per attuare tale obbligo) e che “sarà concentrata sulle competenze digitali, stabilendo così anche un’importante connessione con gli investimenti del Pnrr Istruzione: 800 milioni per formare sul digitale 650 mila docenti e 2,1 miliardi per trasformare 100mila aule in ambienti di apprendimento innovativi e dotare le nostre scuole di laboratori tecnologici”.

Bianchi parla poi anche dei percorsi triennali di formazione e valutazione incentivata (premio una tantum fino al 20% dello stipendio), “previsti non soltanto per potenziare le conoscenze di base e pedagogiche, ma anche per lo sviluppo di quelle professionalità e competenze sempre più necessarie per garantire una piena autonomia dei nostri istituti, progettare attività didattiche che superino le divisioni disciplinari, svolgere funzioni di tutor per i colleghi più giovani, costruire un rapporto con il territorio e con la comunità”.

Un embrione di carriera, ovvero di una strutturale valorizzazione del percorso professionale dei docenti? Macché, la parola è accuratamente evitata. Forse un ripensamento rispetto a quanto scrisse nel 2020 nel libro “Nello specchio della scuola” (il Mulino): “Investire sui docenti vuol dire anche predisporre carriere che permettano loro di investire su se stessi”. In concreto, rispetto a pratiche già da tempo (quasi da sempre) diffuse nelle scuole – figure di sistema, collaboratori del preside, incarichi vari – c’è solo la formazione, che può essere incentivata se è in linea con la progettualità dell’Istituto, e dà luogo a un compenso una tantum, non alla nascita di una figura professionale distinta, né a una definitiva “progressione salariale” (come la definisce il DL 36, che si premura di specificare che essa “resta ferma… di anzianità”). Niente di nuovo sotto questo aspetto nello “specchio della scuola” di Patrizio Bianchi. Purtroppo.

Conclusione? (ben oltre il lavoro dell’attuale ministro, sia chiaro, perché si tratta di questioni endemiche): vince ancora il mito/totem dell’unicità della funzione docente all’interno del principio dell’egualitarismo assoluto a prescindere dall’impegno, dall’assunzione di responsabilità, dal livello di competenza e professionalità. Un “todos caballeros” al ribasso, come è nel segno più generale delle politiche sull’istruzione in Italia (grandi numeri ma bassi salari, organico di diritto largamente inferiore a quello di fatto – quindi alta precarizzazione –, cospicui finanziamenti erogati a pioggia con parametri di spesa fuori mercato come i compensi orari per la formazione, e così via). Il risultato è incongruente: “a monte” una spesa comunque imponente per le possibilità del Paese (anche se largamente inferiore in percentuale a molti paesi con i quali ci confrontiamo), mentre “a valle” si registrano stanchezza e serpeggiante demotivazione, diffusa precarietà, crescente incapacità di attrarre i talenti verso questa professione.

A pagare più di tutti, inevitabilmente, gli studenti, specie quelli privi di una famiglia che possa supportarli adeguatamente.

 


 

Fonte: Tutto Scuola | pubblicato in data